Noi delle banche in Ticino …

La radiografia 2013 delle banche in Ticino fa stato della perdita di duemila posti di lavoro nei ultimi dodici anni. Siamo circa a 6’500 unità, un calo occupazionale di circa 1/4 . La radiografia ci mostra anche la fortissima diminuzione dell’apporto fiscale delle banche all’erario ticinese, ormai ridotto soltanto a 20 milioni di franchi. Il radar finanziario segnala all’orizzonte due pericoli principali. Da una parte il progetto del governo italiano per un rientro poco penalizzato dei capitali fa temere un ulteriore impoverimento dei depositi bancari di clienti stranieri nel Ticino. Questo è un pericolo incombente. Il secondo pericolo meno acuto ma reale è il 2018, anno in cui entrerà in vigore lo scambio automatico di informazioni. Mi sembra di intravvedere un terzo pericolo di natura politica e di valenza nazionale: lo scollamento fra la strategia delle banche e quella del governo federale . Si ha l’impressione che banche e consiglio federale marcino su sentieri lontani l’uno dal altro senza parlarsi. Le banche remissive e senza alcuna difesa politica trattano su multe miliardarie con gli Stati Uniti con la Francia e poi chissà in futuro magari anche con l’Italia. Lo stato federale, presumendo una accondiscendenza totale delle banche che è tutta da dimostrare, si avvia allegramente non verso delle vere trattative ma soltanto verso delle concessioni. Invece di mettere sul tavolo la questione dei ristorni dei frontalieri, la disparità di trattamento rispetto ad Hong Kong , Delaware , Panama, Montecarlo ecc.. , progetta una resa senza condizioni nelle trattative con l’Europa. Ci deve preoccupare questo scollamento nella difesa delle nostre prerogative svizzere di autonomia? Penso di sì. Ne abbiamo la prova. I nostri ministri sono andati in Italia finora come il buon re Enrico IV a Canossa e non ci ha colpito particolarmente la loro aura di plenipotenziari di uno stato fiero ed autonomo come la Svizzera. Non sarà facile nel futuro insegnare loro a tenere la schiena dritta negli incontri con i loro pari europei ma proviamoci lo stesso. È un’esortazione che rivolgo ai residui 6500 dipendenti del settore bancario ticinese.

Filippo Martinoli